
Cultura
Le donne di 80 anni fa
Anna Zenato•Valpolicella•Generale•
Da sinistra a destra, prima fila: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano.
Seconda fila: Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde Iotti, Maria De Unterrichter Jervolino, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella.
Terza fila: Rita Montagnana Togliatti, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi e Vittoria Titomanlio
2 giugno 1946. Ecco i volti di uno sparuto manipolo di pioniere che ‘faceva paura’. Le cronache di palazzo cercano di ammorbidire la strana novità, che non a tutti è piaciuta. I giornali assicurano che le cosiddette ‘deputatesse’ ‘in genere non fumano, e in maggioranza non si truccano e vestono con la più grande semplicità’. Sono per lo più ‘buone spose e buone madri’, e c’è chi aggiunge che, senza dubbio, lo ‘spirito femminile sereno e conciliante’ si rivelerà una risorsa utile per addolcire le più aspre dispute politiche. Di tutt’altro avviso è la democristiana Filomena Delli Castelli, una delle ventuno deputatesse, abruzzese verace e decisa a far valere il suo mandato al di là delle previsioni più sdolcinate della stampa: «Eravamo consapevoli che il voto alle donne costituiva una tappa fondamentale della grande rivoluzione italiana del Dopoguerra. Avevamo finalmente potuto votare e far eleggere le donne. E non saremmo state più considerate solo casalinghe o lavoratrici senza voce ma fautrici a pieno titolo della nuova politica italiana». È evidente che molti avrebbero preferito aspettare ancora prima di ‘concedere’ anche alle cittadine del nostro Paese il diritto di voto e, soprattutto, quello a candidarsi ed essere elette. Tant’è che in un primo momento ci fu un pasticcio, visto che la legge del suffragio universale aveva previsto per le donne solo la possibilità di votare, non quella di essere votate. Ci vollero più di un anno e le proteste di tante associazioni femminili per correggere il bizzarro inghippo, un’assurdità che rispecchiava l’anima più retriva della nazione.
Contro questa legge fondamentale aveva remato fino all’ultimo una propaganda serrata, fatta non solo delle solite vignette sarcastiche, ma anche da editoriali altisonanti. Solo un anno prima, per esempio, Il Resto del Carlino titolava: ‘Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne’. A raccontare con passione ai microfoni della neonata Rai quei momenti memorabili è Anna Garofalo, giornalista intrepida che, per volontà delle forze alleate, già dal settembre del 1944 conduce una fortunata trasmissione radiofonica, Parole di una donna, la prima dedicata alla questione femminile. Indimenticabile la sua emozionante cronaca dell’esordio alle urne per le nuove elettrici: «Per la prima volta si domanda la nostra opinione. Avessimo potuto esprimerla quando si trattava di pace e di guerra! Tutte queste croci sparse nei cimiteri, questi invalidi, questi alienati e gli orrori dei campi di sterminio sono lì a testimoniare che non potemmo far niente. Da queste sventure, però, è nato il riconoscimento di oggi, che accomuna uomini e donne, alla pari. Prendiamone atto per darci coraggio… Stringiamo le schede come biglietti d’amore!». Ma niente rossetto: dovendo umettare la scheda per chiuderla c’era il pericolo, senza volerlo, di sporcarla e rendere nullo il voto. «Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra, ma solo fuori dal seggio», raccomandava con paternalismo Il Corriere della Sera sulla prima pagina del 2 giugno del 1946. Un sacrificio da nulla davanti alla portata epocale dell’evento. E se c’era da aspettare, viste le lunghe file ai seggi, non importava a nessuno: alcune si erano portate delle sediette pieghevoli, come quelle che si usano in spiaggia, e altre qualche panino in più, da offrire alle nuove amiche. E finalmente in un’assolata mattina di inizio estate, dopo quasi un secolo di battaglie, delusioni e speranze tradite, le prime parlamentari posano per le foto di rito, tra giornalisti e curiosi.

